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Ferrara sul Ratzinger veronese

di Gianluca Iodice



   
Staffilate ai cattolici a mezzo servizio (con la «chiusura a doppia mandata verso coloro che “si dicono cristiani e non lo sono”») e aperture agli atei devoti (visto nell’«appello ai cattolici italiani a “cogliere questa grande opportunità” rappresentata “da molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede”, che sentono la crisi del razionalismo occidentale»), nel discorso del Papa, secondo Giuliano Ferrara
, oggi sul Foglio. La domanda però non è tanto “quanti lo seguiranno”, ma “quanti lo capiranno (o lo vorranno capire)”. Sopratutto fra gli adepti del cosiddetto “cattocomunismo” o “cattosocialismo” (che io ormai chiamerei “cattoprogressismo”), che non vedono nelle parole del Pontefice (chiare e dirette come al solito: «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la persona di Gesù Cristo») un richiamo inequivocabile alla loro pratica mondanizzante.
    «L’impatto reale sulla chiesa italiana della giornata di Benedetto XVI sarà ovviamente da valutare, mentre tornano anche i commenti già sentiti sul suo predecessore, sul “Papa molto applaudito ma poco ascoltato”. Per il leader di Cl, Giancarlo Cesana, Ratzinger ha comunque “dettato il programma della chiesa. Dal punto di vista concettuale, richiamandosi a Ratisbona e ancor più mirabilmente indicando la ‘fede amica dell’intelligenza’ che ha contrassegnato il cristianesimo ai suoi inizi. E poi dal punto di vista operativo, non solo indicando con chiarezza i valori ‘non negoziabili’, ma anche l’opportunità di collaborare con tutti coloro che questi temi riconoscono come decisivi. Non è scontato, ha saltato l’ecclesialese. La domanda è: quanti lo seguiranno?”. Lo storico Alberto Melloni, esponente di spicco della “scuola bolognese” conciliar-giovannea, sottolinea piuttosto che quello di Ratzinger, “confrontato col discorso di Giovanni Paolo II a Loreto, è stato un discorso più da Papa che da Primate d’Italia, molto meno puntuale sul come e sul dove intervenire nella società. Ha insistito sui grandi temi del suo pontificato, forse più europei che italiani, con l’aggiunta di una novità, la battaglia sul darwinismo e l’apertura al disegno intelligente”.
    Meno politico del cardinal Ruini, distante dal livello politico ecclesiale italiano. E con il problema della futura guida ai vertici della Cei rimandato senza altri segnali (tranne il fatto che il predestinato, dopo la giornata di ieri, non sembra essere il cardinal Tettamanzi). Questi i rilievi critici di quanti hanno preferito ieri non notare il grande rilievo che invece Benedetto XVI ha dato al “ruolo speciale” che la chiesa italiana, un modello e una “presenza capillare”, può esercitare in tutta l’Europa. E chissà l’effetto che ha fatto quella staffilata finale, dopo tanti elogi, sul pericolo di una “secolarizzazione interna della chiesa”».


Pubblicato il 20/10/2006 alle 16.11 nella rubrica Rassegna stampa.

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