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per la

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«L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo»


Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana, 1956

 


Sappiamo anche altro. Che da noi è fervoroso e diffuso il cretinismo multiculturale. Che salta su uno e dice: non ci credo, è tutto un complotto, l’islam è pacifico e moderato e va declinato al plurale [...]. Un altro salta su e dice: la colpa è della destra xenofoba europea. Un altro ancora danna chi chiede di guardare in faccia lo scontro di civiltà e di attrezzarsi per combatterlo con intelligenza, con prudenza, con spirito di dialogo e anche con la fermezza dell’identità che ci appartiene. Il cretino multiculturale non sa distinguere tra l’inopportunità di una vignetta e la barbarie della violenza contro la libertà di stampa. Non sa capire che la campagna di odio sacro è stata fomentata da un imam che fu confessore spirituale del numero due di bin Laden, che agisce da provocatore e si dissimula nel cuore di un grande paese civile come la Danimarca. Che bisogna mobilitarsi contro il boicottaggio dei prodotti danesi, essere uniti, solidali con chi rischia la vita per la nostra libertà di dire e di pensare invece che prosternarsi di fronte ai produttori televisivi globali di sentenze e condanne islamiche [...]. Una volta non si poteva morire per Danzica, questione molto discussa, ma morire per un branco di cretini, questo è troppo.

 

Giuliano Ferrara, Morire per un branco di cretini? Il Foglio, 7 febbraio 2006


D’improvviso il fatto di non essere moderno mi è diventato indifferente.

Roland Barthes, citato in Alain Finkielkraut, Noi, i moderni


L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, / delle carte, dei quadri che stipavano / un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto. / Forse hanno ciecamente lottato i marocchini / rossi, le sterminate dediche di Du Bos, / il timbro a ceralacca con la barba di Ezra, / il Valéry di Alain, l’originale / dei Canti Orfici – e poi qualche pennello / da barba, mille cianfrusaglie e tutte / le musiche di tuo fratello Silvio. / Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura / di nafta e sterco. Certo hanno sofferto / tanto prima di perdere la loro identità. / Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio / stato civile fu dubbio fin dall’inizio. / Non torba m’ha assediato, ma gli eventi / di una realtà incredibile e mai creduta. / Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo / dei tuoi prestiti e forse non l’hai saputo.

Eugenio Montale
, Satura, Xenia II, 14
Liberali contro la pena di morte
 


Tutti danesi

















































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Il centrodestra che vorrei

















Edmund Burke
(1729-1797)



Alexis de Tocqueville
(1805-1859)



Frédéric Bastiat
(1801-1850)



Konrad Adenauer
(1876-1967)


Alcide de Gasperi
(1881-1954)



Friedrich August von Hayek
(1899-1992)


«Il dispotismo si presenta sovente come il riparatore di tutti i mali sofferti; è il sostegno del buon diritto, la difesa degli oppressi e il fondatore dell’ordine. I popoli si addormentano in seno alla prosperità momentanea che esso fa nascere; e quando si risvegliano sono miserabili. La libertà, invece, nasce di solito in mezzo alle tempeste, si stabilisce faticosamente fra le discordie civili e, solo quando è già vecchia, se ne possono conoscere i benefici» (Alexis de Tocqueville)

«La libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile ed all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come abbiamo imparato, da essa, nascono le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, ed in particolare sa raramente chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, (mercato) per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo» (Friedrich von Hayek)

«Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società: perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle» (Pio XI)

«L’uomo non è una cosa, quindi non è un oggetto impiegabile semplicemente come mezzo, perché in tutte le sue azioni deve esser sempre considerato come un fine in se stesso» (Immanuel Kant)

«La libertà non è divisibile; buona nella politica o nella religione e non buona nell'economia o nell'insegnamento: tutto è solidale. Vedo che certi cattolici sociali ora sarebbero disposti ad abbandonare la libertà economica e non comprendono che essi così abbandonano la libertà in tutti i campi, anche quello religioso» (Luigi Sturzo)

«Le persone e le proprietà preesistono alle leggi e, per limitarmi ad un soggetto ben preciso, dirò: non è perché ci sono le leggi che ci sono le proprietà, ma è perché ci sono le proprietà che ci sono le leggi. […] Avverto innanzi tutto che prendo la parola proprietà in un senso generale, e non nel significato ristretto di proprietà fondiaria. Mi spiace, e di ciò tutti gli economisti probabilmente si dispiacciono assieme a me, che questo termine risvegli in noi involontariamente l’idea del possesso del suolo. Io intendo con proprietà, invece, il diritto che il lavoratore possiede sul valore che egli ha creato con il proprio lavoro. [...] Mi chiedo se il diritto di Proprietà non sia uno di quelli che, ben lungi dal derivare dalla legge positiva, precedono la legge e la sua ragion d’essere. Non è, come si potrebbe credere, una questione sottile e oziosa. Essa è immensa, essa è fondamentale. La sua soluzione interessa al più alto grado la società e ci si convincerà di ciò - spero - quando si saranno paragonati i due sistemi. Gli economisti ritengono che la Proprietà sia un fatto provvidenziale come la Persona. Il Codice non dà la vita né all’una né all’altra. La Proprietà è una conseguenza necessaria della costituzione dell’uomo» (Frédéric Bastiat)

«Noi, uomini liberi, abbiamo dunque oggi almeno una certezza. Possiamo dubitare del mercato, criticarlo, cercare di rimpiazzarlo con qualcosa che dovrebbe essere migliore del mercato, ma non potremo mai veramente sostituire al mercato questa famosa pianificazione socialista, che non funziona» (Bruno Leoni)


Conservative Libertarian!



Moderate Conservative!


Political Compass

Economic Left/Right:
6.25
Social Libertarian/Authoritarian:
-1.85

Party Compatibility Table

1) Libertarian Party    65%

2) Republican Party     65%

3) Constitution Party   53%

4) Democratic Party     41%

4) Natural Law Party    41%

5) Green Party          29%

6) Reform Party         24%


30 ottobre 2006

Una svolta liberale per la Svezia. Anche per l’immigrazione?

di Gianluca Iodice



   
Fanno discutere le proposte del neo-Ministro svedese per l’integrazione e le pari opportunità, la trentasettenne Nyamko Sabuni, musulmana nata in Burundi e membro del liberale Folkpartiet. Sabuni ritiene infatti che le ragazze sotto i quindici anni dovrebbero essere esaminate alla ricerca di prove di infibulazione, che i matrimoni combinati dovrebbero essere illegali, che le scuole religiose non dovrebbero ricevere fondi dallo stato e che gli immigrati dovrebbero imparare lo svedese e trovare un lavoro.
    Le sue idee hanno scatenato le ire della comunità islamica svedese, che ha avviato una raccolta di firme per chiedere le sue dimissioni, ma le hanno attirato pure gli strali di molti critici che l’hanno tacciata di islamofobia. A questi, Sabuni ha risposto in un’intervista dicendo che il suo obiettivo è l’integrazione degli immigrati, assicurando ai loro figli di crescere come qualsiasi altro svedese. A parer suo, molti politici si sono defilati dall’argomento, evitando di parlare del bisogno di “assimilazione” piuttosto che di multiculturalismo. «Io sono una delle poche persone che osi dir qualcosa».



    Indubbiamente, va riconosciuto a Nyamko Sabuni coraggio nel parlare di un argomento fino a qualche mese fa tabù, tanto che a Stoccolma il governo socialdemocratico biasimava i cugini danesi per la dura politica sull’immigrazione. Ma al momento le proposte sono poco convincenti, e troppo vicine al (fallimentare) modello francese. Senza contare che, diversamente da altri paesi, come la vicina Norvegia, non sembra essere iniziato in Svezia un serio dibattito sull’“integrabilità” degli immigrati islamici, che viene invece data per scontata.
    Nel frattempo, le periferie delle città del paese, specialmente al sud, sono in mano a orde di ragazzi figli di immigrati, responsabili dell’85% degli stupri perpetrati in Svezia.





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19 ottobre 2006

Sacrificare il lunedì di Pasqua per il Ramadan?

di Gianluca Iodice



    Ritirata la proposta del sindacato olandese CNV (Christelijk Nationaal Vakverbond), che il 14 ottobre scorso aveva ipotizzato di sacrificare il lunedì di Pasqua e di sostituirlo con un giorno festivo da dedicare alla conclusione della festa islamica del Ramadan. L’organizzazione ritiene che le i giorni festivi delle religioni non-cristiane non siano sufficientemente onorati nei Paesi Bassi. Con la proposta, Rienk van Splunder, vicepresidente di uno dei maggiori sindacati del Regno, sperava di «offrire ai musulmani la libertà di praticare la loro fede», e di creare «libertà e rispetto reciproci».
    Nonostante abbia osservato che per la maggioranza degli olandesi il lunedì di Pasqua non abbia più ormai un significato religioso e serva solo da giorno extra per lo shopping, Splunder dichiara di non voler mettere in questione l’eredità cristiana dei Paesi Bassi.





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18 ottobre 2006

Il velo che divide l’Inghilterra

Nel frattempo laburisti e conservatori diventano sempre più indistinguibili

di Gianluca Iodice



   
 Dopo Jack Straw, ex-ministro dell’interno britannico, anche Tony Blair attacca il velo islamico. Difendendo un’autorità scolastica che aveva sospeso un’insegnante per essersi rifiutata di togliersi l’indumento simbolo dell’alterità della donna (e della cultura) musulmana, il leader laburista ha infatti detto che «il velo è un simbolo di separazione». La dichiarazione è arrivata durante la mensile conferenza del premier britannico, che ha inoltre rivelato che una commissione incaricata dal Consiglio di Gabinetto sta discutendo una serie di misure per migliorare i rapporti fra le comunità e l’armonia sociale. «I ministri accettano che sarebbe poco saggio legiferare su un argomento tanto delicato, ma sono ansiosi di trovare il modo di persuadere la maggioranza della popolazione musulmana, che ritengono sia integrata, ad allontanare quei militanti che stanno utilizzando le recenti controversie per creare una “cultura del vittimismo” nelle comunità islamiche», scrive Philip Webster sul Times.
    La questione del velo, sostiene Blair, deve entrare a far parte di un dibattito più ampio su come la comunità musulmana si integra nella società britannica.
    Intanto, il conservatore David Cameron ha biasimato le politiche del passato quanto a integrazione, sostenendo che i benefici sono stati garantiti non sulla base di un bisogno effettivi, ma in virtù di razza e religione. Parlando a un convegno della comunità induista, il capo dei nuovi Tories ha generosamente affermato che «tutti noi – ricchi e poveri, neri e bianchi, indù, musulmani, ebrei e cristiani – abbiamo molto di più che ci unisca che ci divida». Insomma, con questi proclami neo-veltroniani l’erede della Thatcher sta bruciando tutte le tappe nel suo percorso di trasformazione in una copia sbiadita e ridicola del suo avversario.





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28 settembre 2006

Dialogare con l’Islam? Almeno mi si permetta l’inquietudine (cautelativa)

Di nuovo sul Ratzinger di Ratisbona

di Gianluca Iodice



   
Commentando un mio articolo, Giovanni Boggero, caro amico e autore del blog Germanynews, dice che la mia islamofobia avrebbe preso il sopravvento, impedendomi di vedere le possibilità di dialogo fra Islam e Cristianesimo intrinseche alle parole del Papa. Mi fa notare (invero giustamente), citando dall’articolo di Samir Khalil Samir, che: «il pericolo non è l’Islam in genere, ma una certa visione dell’Islam che non rinnega mai apertamente la violenza e genera terrorismo e fanatismo».
    Sono del tutto d’accordo, e in questo, nonostante la mia sempre strisciante eresia, credo d’essere ancor più ortodosso di lui, posizionandomi sulle linee raginative del Papa. Anzi, mi proverò ad essere più papista del Papa.
    Andiamo con ordine.
    Di Ratzinger islamologo a Castelgandolfo esistono due versioni. Una è quella riportata all’Hugh Hewitt Show da padre Joseph Fessio, gesuita americano, rettore della Ave Maria University di Naples in Florida e fondatore dell’editrice Ignatius Press, che traggo da Sandro Magister. Ecco cosa dice padre Fessio:

   
La tesi [...] che era stata proposta da padre Troll era che l’islam può entrare nel mondo moderno se il Corano è reinterpretato prendendo la specifica legislazione e ritornando ai principi, e poi adattando questo ai nostri tempi, specialmente alla dignità che noi riconosciamo alle donne e che è arrivata attraverso il cristianesimo, naturalmente. E subito il Santo Padre, con la sua calma beata ma con nettezza, disse che questo pone un fondamentale problema, poiché, disse, nella tradizione islamica Dio ha dato la sua parola a Maometto, ma è una parola eterna. Non è parola di Maometto. È così com’è per sempre, è sempre uguale. Non c’è possibilità di adattarla o di interpretarla, mentre invece nel cristianesimo, nell’ebraismo, la dinamica è completamente differente, è Dio che agisce attraverso le sue creature. E quindi non è solo la parola di Dio, è la parola di Isaia. Non è solo la parola di Dio, ma è la parola di Marco. Dio ha fatto uso delle sue creature e le ha ispirate a dire la sua parola al mondo, e quindi ha stabilito una Chiesa nella quale egli dà l’autorità ai suoi seguaci di trasmettere la tradizione e di interpretarla. C’è un’intima logica nella Bibbia cristiana, che permette ciò e richiede che sia adattato e applicato alle nuove situazioni.

    
La Curia romana faticò non poco a smentire questa prima versione dell’incontro di Castelgandolfo. E allora arrivò Samir Khalil Samir. Ricordiamo che Samir è un gesuita, quindi un “progressista”, propenso al dialogo a tutti i costi, anche di fronte all’autodistruzione (anche Fessio è un gesuita, ma sembra solo riportare le parole del Papa, o quel che ne ha capito, mentre Samir intervenne nella discussione). E l’ottimistico articolo del Legno Storto lo conferma in tale attitudine. Il dubbio, comunque, è che la versione di Fessio sia stata smentita a causa della delicatezza della situazione e dell’importanza del personaggio tirato in ballo.
    (Peraltro io ipotizzo che i disordini dei giorni scorsi siano iniziati a causa delle queste dichiarazioni, e non propriamente dal discorso di Ratisbona. Insomma, esattamente come fu per le vignette danesi: prima l’evento, senza grandi ripercussioni, tranne una fase di preparazione nella Umma, ben preparata in attesa di un nuovo “scivolone” con cui dar ragione dell’esplosione della rabbia. In più, il primo a rispondere piccato fu il Gran Muftì turco che – da buon funzionario della Repubblica qual è – si è comportato da agente del suo governo, seccato per l’ostilità del Pontefice all’ingresso di Ankara nell’Ue. Ma quest è un’altra storia).
    Passiamo ora a quel che si può provare a dedurre dal pensiero del Papa come lo descrive Samir.
    Al di là del conflitto esegetico che non sono certo in grado di dirimere, è infatti interessante notare quel che proprio Samir riporta delle opinioni del Papa a proposito del dialogo Islam/Cristianesimo: per Ratzinger, l’unico dialogo possibile si fa partendo dalla centralità della Persona e dall’uso della Ragione.
    Ora, introdurre il concetto di Persona nell’Islam equivale a distruggere l’Islam stesso, perché nella religione di Maometto la Persona non esiste, esiste solo la Umma, ovvero la comunità universale dei sottomessi ad Allah. Non sto dicendo che non esistano persone nell’Islam, bensì che l’Islam non ammette il concetto di Persona. Forse qualcuno crede che gli islamici accetteranno di dialogare sulla base di ciò che li distruggerà. Io no.
    Quanto alla Ragione, s’è visto in questi giorni: l’accenno alla possibile irrazionalità dell’Islam non ha avuto come effetto una discussione pacifica, ma uno scoppio di proteste del tipo “Io non sono irrazionale, e per dimostrartelo ti decollo”. La storia del pensiero islamico d’altra parte ce lo insegna, visto che esso, morto peraltro del ’200, non fece che sistemare secondo i canoni della filosofia greca i precetti psico-collettivisti del Corano, teorizzando l’esistenza di un “Intelletto Unico”, e quindi negando alla radice la possibilità (non solo ontologica, ma persino metafisica) dell’individualità razionale. Di nuovo, quindi, negando l’esistenza della Persona.
    Sia dal punto di vista dell’organizzazione sociale che da quello dottrinale (filosofico o teologico qui non fa grande differenza), la proposta papalina cade nel vuoto e così – molto presumibilmente – sarà per sempre. E credo che Ratzinger questo lo sappia bene.
    Ammesso (ma io certo non lo ammetto) che l’Islam sia disposto a dialogare sulla base di questi due “prerequisiti” (centralità della Persona e metodo ragionevole), be’, semplicemente, non staremo più ragionando con l’Islam, ma con degli apostati (e forse Magdi Allam, che questi due principi ha più volte difeso, non viene tacciato di apostasia e per questo è stato condannato a morte?). Insomma, staremmo ragionando con delle persone, e non più con dei mussulmani. Ragionare con un mussulmano infatti è contraddittorio, in quanto “mussulmano” non ha lo stesso significato di “cristiano” o “buddista”: non significa “maomettano”, non indica l’essere discepolo d’un profeta. Ha un significato molto più profondo, e implica la sottomissione totale ad Allah.
    Ora, data la mia insufficiente conoscenza dell’Islam, può darsi (e me lo auguro profondamente) che io mi sbagli. Che in realtà in arabo “Islam” non significhi “sottomissione”, ma “pace” (il che è vero: “islam” significa entrambe le cose, e io mi inquieto ancor di più, visto che per “pace” qui si intende “sottomissione”...). E che quindi il Corano possa essere purificato dalla violenza, e possa incontrare la modernità, come Giovanni spera.
    Io, per quanto è in me, resto cauto. Anche perchè il problema non è solo esterno: il Corano, lo sappiamo fin troppo bene, ce l’abbiamo in casa. Se vogliamo imbarcarci in un esperimento sociale (demografico) che ci può portare alla distruzione, facciamolo, basta saperlo. Basta esserne consapevoli. Per parte mia, invito alla cautela: aspettiamo di vedere che succede nell’Umma prima di accogliere da amico chi potrebbe rivelarsi un nemico – e che, d’altro canto, finora non ha dato adito ad altre interpretazioni.





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19 settembre 2006

Il dialogo è impossibile (e Benedetto XVI lo sa molto bene)

Intanto gli islamici confermano di essere quello che dichiarano di non essere

di Gianluca Iodice



   
Incredibile? No. La variabile era solo il momento, non l’evento.
    Le proteste anti-ratzingeriane di questi giorni vanno a smentire l’idea che certi liberali (delle Sinistre non parlo nemmeno) si son fatti della Chiesa Cattolica – vista come alleata dell’Islam, o quantomeno come ad esso equivalente nel suo richiamo a una laicità che non sprofondi le istituzioni verso l’ateismo di Stato –, nonché le letture distorte degli ultimi discorsi del Pontefice.
    Mentre Benedetto XVI citava un fatto storico per fare un discorso che nulla ha che fare con il “dialogo” interreligioso e che prende tutta un’altra strada, rivolgendosi a chi vorrebbe de-ellenizzare la filosofia cristiana (problema assai percepito negli ambienti teologici), l’intera “Casa della Sottomissione” è esplosa, dimostrando di non saper distinguere fra ragionevolezza e antislamismo. Dimostrando di ritenere la ragione (strumento essenziale nella teologia cattolica) come il principale nemico della fede islamica. Insomma, dimostrando di essere proprio quello che rigettano delle frasi del Pontefice («Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava»), reagendo a una dissertazione accademica con incendi, offese e omicidi. Una vittoria morale per il Paparatzi, e per l’Occidente.
    (Per cogliere la differenza, l’abisso incolmabile fra Islam e Occidente, basterà incidentalmente notare come i cristiani riformati, che molto più dei mussulmani sono stati attaccati dalla lectio magistralis di Ratzinger, non hanno certo bruciato chiese cattoliche in Danimarca o ucciso suore in Sudafrica).



    Il Papa di cui si brucia l’effigie nel mondo fedele ad Allah ha colto nel segno, sapendo benissimo d’altro canto che proprio l’invito alla ragione, alla lettura del testo sacro con occhio critico (quella che a Roma si chiama “Tradizione”, “Deposito della Fede”), è l’elemento di dissonanza con il Cristianesimo. Che proprio il rapporto instaurato sin dalle origini da questo con la filosofia ellenistica (reso possibile, come ricorda Benedetto XVI richiamandosi al «in principio era il logos [ragione]» giovanneo, dal carattere ragionevole della fede dei Vangeli), è impossibile nell’Islam, tradizionalista o moderno che sia. Ce lo ricorda Samir Khalil Samir in un articolo di qualche tempo fa sulle idee di Ratzinger in proposito:

   
In un seminario a porte chiuse, tenuto a Castelgandolfo (1-2 settembre 2005), il Papa ha insistito e sottolineato la stessa idea: la profonda diversità fra Islam e cristianesimo. Stavolta è partito da un punto di vista teologico, tenendo conto della concezione islamica della rivelazione: il Corano “è disceso” su Maometto, non è “ispirato” a Maometto. Per questo il musulmano non si sente in diritto di interpretare il Corano, ma è legato a questo testo emerso in Arabia nel VII secolo. Questo porta alle stesse conclusioni di prima: l’assolutezza del Corano rende molto più difficile il dialogo, perché le possibilità di interpretazione sembrano escluse e comunque molto ridotte.

   
Non a caso, la “filosofia islamica”, riconosciuta (a ragione) come in sé contraddittoria, si è esaurita poco dopo il suo apice, ponendo fine a un tentativo (seppur inquietante nei suoi esiti) di teologia razionale. Il discorso
di Ratzinger, che pure tratta del problema “Islam” solo incidentalmente, come pretesto allocutorio per ammonire (sulla scia della Fides et ratio di Giovanni Paolo II) chi opta per la de-ellenizazione del Cristianesimo, è inaccettabile per qualsiasi buon mussulmano. Ecco il cuore del testo, tratto da Manuele II Paleologo (autore delle frasi che hanno incendiato la rabbia coranica):

   
Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione
è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…

   
Non si aspettava altro dalle parti della Mecca: probabilmente tutto era stato pianificato come successe per le “vignette sataniche”. Per iniziare la jihad non si aspettava altro che un pretesto anche fuori luogo, e questo è stato il richiamo alla Ragione come fondamento (etimologico) del Dialogo. Perché subito è apparsa chiara l’offesa di chi ha voluto proporre all’Islam il suo auto-annientamento.
    Ora le carte sono sul tavolo. Chi continua a non vederle, biasimi la propria cecità.

   
(Segnalo un bell’articolo di Mario Sechi sulla natura bellicosa dell’Islam e un interessante intervento di Saura Plesio.
    Annoto che le letture imbarazzanti fatte dai giornalisti d’Occidente non fanno che confermare la necessità in inserire un numero minimo di insegnamenti di teologia nelle scuole di giornalismo…)





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3 luglio 2006

L’Olanda in preda a “instabilità eurabica” [EurabiaObserver]

Cade il governo, elezioni anticipate in ottobre. Potrebbero vincere gli islamosocialisti

di Gianluca Iodice



   
Sempre più confusa la situazione nei Paesi Bassi, la nazione dell’Eurabia reale.
    Giovedì 29 giugno è caduto il governo guidato dal cristiano-democratico Jan Peter Balkenende e composto da CDA (Christen Democratisch Appèl, “Appello cristiano-democratico”), VVD (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie, “Partito popolare per la libertà e la democrazia”, liberale) e D66 (Democraten 66, “Democratici 66”, social-liberale).
    Si tratta della prima crisi di governo multikulti in Europa.
    Essa ha infatti avuto luogo con la sfiducia parlamentare votata dal D66 per protesta contro le mancate dimissioni del Ministro dell’Immigrazione Rita Verdonk (VVD), ritenuta responsabile dell’allontanamento dalla Camera dei Deputati (la Tweede Kamer) di Ayaan Hirsi Ali, la parlamentare del VVD di origine somala resa celebre dal documentario anti-islamico Submission di Theo Van Gogh da lei stessa sceneggiato. Il Ministro aveva contestato la legittimità della naturalizzazione olandese della collega di partito, colpevole d’aver falsificato i propri dati personali al momento della richiesta d’asilo nel ’92.
    A seguito dell’accusa, Hirsi Ali, oltre a dare le dimissioni dal Parlamento, aveva annunciato di aver chiesto asilo negli Stati Uniti, dove il think-tank conservatore American Enterprise Institute le ha già offerto un lavoro.
    Le elezioni si terranno attorno al prossimo 10 ottobre. I sondaggi rivelano una situazione preoccupante: né il centro-destra (pur in costante ripresa dopo la batosta delle comunali di qualche mese fa) né il centro-sinistra (socialdemocratici, socialisti e verdi) sarebbero in grado di formare una nuova maggioranza.
    D’altro canto, una vittoria del centro-sinistra aumenterebbe la situazione d’instabilità sociale nel paese, che fra quelli europei è il più scosso dalle “fiamme multiculturali”. L’immigrazione è il tema principale di tutte le campagne elettorali dall’omicidio Van Gogh in poi, e la ragione principale della vittoria del centro-destra nel 2003. Tuttavia, gli olandesi non hanno ritenuto sufficienti le pur dure norme messe in atto da Rita Verdonk, vista (favorevolmente) come la nuova “lady di ferro”. La crescita dei socialdemocratici del PvdA (Partij van de Arbeid), principale partito della sinistra e contrario alle norme anti-immigrazione, rischia di scippare la maggioranza a democristiani e liberalconservatori utilizzando ambiguamente il discorso sull’integrazione. La vittoria nelle scorse elezioni comunali ha in realtà scosso anche il PvdA, che si è visto metà dei seggi locali guadagnati assegnati a candidati musulmani (votati in massa dagli immigrati, perlopiù marocchini e turchi) del tutto lontani dalle idee progressiste, se non per quanto riguarda la permanenza di un welfare assai generoso e il proseguimento delle dottrine multiculturaliste.
    Soprattutto, è il lusinghiero risultato dei socialisti di Jan Marijnissen a preoccupare. Il partito, paragonabile alla nostra Rifondazione comunista, raddoppierebbe il risultato del 2003, e assumerebbe un peso inedito in un’eventuale coalizione di governo con il PvdA.

   
Chi resiste (e chi no) all’islamizzazione

   
Sono in costante ascesa d’altra i partiti conservatori, quali la ChristenUnie (“Unione cristiana”, caratterizzata in senso statalista) e il nuovo Partij vor Vrijheid (“Partito per la libertà”). La principale novità delle prossime elezioni sarà forse quest’ultima formazione, fondata da Geert Wilders, ex-VVD, e sostenuta dalla Edmund Burke Stichting
, la fondazione dedicata al maestro del conservatorismo liberale. Wilders sembra essere in grado di ereditare almeno parte dell’elettorato dell’ormai scomparso partito di Pim Fortuyn, benché su basi non populiste e, soprattutto, rigorosamente liberali. Il direttore della Edmund Burke Stichting (e attivista del partito) Bart Jan Spruyt ha dichiarato, a proposito dei problemi con la comunità islamica: «siamo stati tolleranti con gli intolleranti, e ora ne paghiamo il prezzo», richiamando le parole di Lady Kennedy, il membro della Camera dei Lords britannica che, in pieno stile multikulti, rimproverava gli occidentali per la loro «intolleranza verso gli intolleranti».
    Benché il partito ora non possa sperare nell’elezione di più di due o tre parlamentari, dopo la morte di Van Gogh le proiezioni gli assegnavano ben 29 seggi su 150.
    Wilders si è pronunciato a favore d’una moratoria quinquennale nei confronti dell’immigrazione islamica. Attualmente dorme ogni notte in una differente caserma della polizia a causa delle minacce ricevute da fondamentalisti islamici.
    Ma non tutti sono pronti a combattere: c’è chi fugge (nel 2004 ben 40000 olandesi sono scappati per il terrore generato dalla “religione della pace”, nel 2005 il numero è passato a 121000, mentre per quest’anno si ipotizza un aumento ulteriore delle uscite del 15%), e c’è chi cede le armi, come la stessa Regina Beatrice, che non ha battuto ciglio quando, durante una visita alla principale moschea di Amsterdam, l’imam si è rifiutato di stringerle la mano – in quanto donna.
    Una bella differenza rispetto a Rita Verdonk, che sfidò un imam offrendogli la mano in segno di saluto.





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2 luglio 2006

Sinistri moderati, fondamentalisti dell’Islam

di Gianluca Iodice



   
Miriam Mafai, celeberrima editorialista de La Repubblica e maître a penser della Sinistra, qualche sera fa, a Ndp (Niente di personale, il nuovo talk-show de La7) ha dimostrato per ben due volte di seguito la sua pochezza morale, oltre che intellettuale, ma ha pure dato un saggio illuminate sulla maniera progressista (o islamosocialista, che fa lo stesso) di vedere i rapporti fra immigrati e italiani.
    É riuscita infatti a dire, con aria di perfetta superiorità morale e banalità perbenista, che (cito a memoria) «non dovrebbero esserci sin dagli ambienti scolastici delle divisioni etnico-religiose» (cosa ovvia in sé) e che quindi «visto che i ragazzi italiani il prosciutto lo possono mangiare anche a casa, sarebbe buona cosa eliminare dalle mense scolastiche tutti i cibi che alcuni non possono mangiare». Come a dire, visto che i liceali italiani le ragazze le possono vedere anche fuori da scuola, sarebbe intelligente eliminare le classi miste, così da non offendere gli adolescenti di Allah, così sensibili alle malie delle coetanee.
    Subito dopo, a Baget Bozzo che faceva notare come i musulmani che si convertono al Cristianesimo vengano di norma condannati a morte nei paesi d’osservanza coranica, la maestrina progre non ha saputo che ribattere: «Pure negli Stati Uniti c’è la pena di morte. Che·sso’ islamici pure quelli?».
    Be’, ndp, ma questo è cretinismo multikulti.





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26 giugno 2006

L’Eurabia che non ti aspetti



   
Un intervento di Fjordman su Dhimmi Watch. Per quelli che... l’immigrazione serve a sostenere il welfare europeo: «DP111, an articulate British commentator at such websites as Jihad Watch, Little Green Footballs and Fjordman blog, points out that as Muslim families are very large, a single wage earner will find it hard to support all. They will need to supplement this by getting considerable benefits from the state. Thus at a minimum, “some 80% of the Muslim population” subsists on welfare benefits: “A considerable amount of this money to Muslims from the British taxpayer, finds its way to finance the Jihad. The same scenario must hold in all European states that have a considerable Muslim population”. “We are in the ridiculous position of sheltering and feeding a population that is hell bent on destroying us. Islam’s people, from the very outset, were nothing but a collective to gain plunder and loot at the expense of other people’s work. In the past, it was conducted by war, conquest and then pillage. Now it is conducted by immigration (invasion), begging or crime. Meanwhile Muslim nations are given huge loans (aid), which we and they know will never be repaid. Thus, from a purely economic point of view, Islam seems to be a collective of people who live by the ethos of “beg, borrow or steal”. So why do we, the capitalist countries, who do not believe in offering anyone a free lunch, subsidise the most lazy yet aggressive bunch of people on God’s planet, who are bent on subverting our democratic system? The nub is, how has it come about, that the natural progression of the most advanced civilisation on Earth is towards stupidity?”».





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20 giugno 2006

«Cristiani e Musulmani non credono nello stesso Dio», dicono i luterani danesi

di Gianluca Iodice



Sørine Godtfredsen, membro del nuovo network di sacerdoti e teologi critici verso l'Islam

   
Forse i danesi si stanno svegliando, e stanno cominciando a percepire l’islamofascismo. E dopo la vicenda delle ‘vignette sataniche’ si è svegliata anche la (deboluccia) Folkekirken, la Chiesa del Popolo Danese (la denominazione luterana del Paese). «Gli imam non sono benvenuti nelle chiese statali danesi», dicono i 60 esperti di un network di sacerdoti e teologi critici verso l’Islam: «La Chiesa del Popolo Danese non può accordarsi con gli imam senza tradire Cristo, che secondo l’Islam non è altro che un “profeta” inferiore, subordinato a Maometto – riporta DR Nyheder – Quando preti e imam pregano insieme, stanno essenzialmente ridicolizzando il Vangelo, afferma il network. Al tempo stesso, il network prende le distanze da eventi recenti quali concili religiosi con gli imam. Vescovi e imam non sono colleghi religiosi separati solo da un differente merchandise». Opponendosi all’irenismo diffuso in molte Chiese occidentali, abbagliate dalle buone parole degli imam moderati, tagliano di netto ogni possibile ecumenismo islamo-cristiano: «Cristiani e Musulmani non credono nello stesso Dio».





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14 maggio 2006

EurabiaObserver 3 / Fuochi fiamminghi e suicidi ecclesiali



di Gianluca Iodice

   
Ad Anversa Hans Van Themsche, skinhead ed esaltato, ha ucciso tre persone (una donna turca, una bambina fiamminga e la sua balia di colore) spinto dall’odio contro gli stranieri. La storia, apparsa in termini confusi sulla stampa italiana, ce la racconta Paul Belien sul sempre istruttivo
Brussels Journal.
    La zia di Van Themsche, Frieda, è deputata del Vlaams Belang, il principale partito belga (l’11,6% alle nazionali del 2003, il 24,2% alle regionali fiamminghe del 2004, il 30% ad Anversa): un partito conservatore e libertario, favorevole all’indipendenza delle Fiandre dal Belgio (a causa dell’esplicita discriminazione ‘democratica’ dei fiamminghi che, pur essendo il 60% della popolazione, non hanno una corrispettiva rappresentanza parlamentare) e, soprattutto, contrario all’immigrazione islamica e al multiculturalismo. Il partito viene spesso associato al Front National di Le Pen e al suo corrispettivo vallone, ma il confronto non regge: i due partiti francofoni sono statalisti e illiberali, sostanzialmente neofascisti, antisemiti e antiamericani. Al contrario, il VB, per quanto radicale, è liberale, liberista, atlantista e filoisraeliano. La parentela fra il folle omicida e la parlamentare ha portato a una nuova ondata di accuse al partito da parte della stampa progressista e politicamente corretta. Il Vlaams Belang, fino al 2004, si chiamava infatti Vlaams Blok: una sentenza della Hof van Cassatie (Corte di Cassazione) lo sciolse accusandolo di razzismo e incitamento alla discriminazione.
    Un sondaggio del 2005 rende noto che il VB continuerà la sua inarrestabile crescita (nel 1999 nelle Fiandre aveva il 15,5%): numerosi sondaggi indicano che a livello regionale supererà ampiamente il 26%, rendendo obbligatorio per gli altri partiti includerlo nelle coalizioni di governo (già nel 2004 i democristiani fiamminghi - Christen-Democratisch & Vlaams - si sono alleati con il più centrista ma ugualmente separatista Nieuw - Vlaamse Alliantie), ponendo così fine alla strategia del ‘cordone sanitario’, finalizzata ad annientare il VB.
    Probabilmente la strumentalizzazione del massacro di Anversa costituisce l’ultimo sussulto del cordon sanitaire, prima di doversi rassegnare al sostegno che il VB gode a livello popolare.
    Non è un caso che Elio Di Rupo, capo del governo vallone e leader del Parti Socialiste, abbia sostenuto (durante un’intervista, nel febbraio 2005, a Het Laatste Nieuws) che se «i fiamminghi usassero la loro maggioranza alla Camera, sarebbe la fine del Belgio». All’obiezione del giornalista, che notava come questa sarebbe stata un’evenienza del gioco democratico, Di Rupo ha risposto che «allora la democrazia sarà la fine del Belgio».

   
Sempre in Belgio continua il suicidio assistito della Chiesa cattolica. Dopo la polemica sull’occupazione (autorizzata e sostenuta dall’Arcivescovo, il Cardinale Godfried Danneels) di venti chiese di Bruxelles da parte di immigrati irregolari (che hanno provveduto a trasformarle in dormitori e moschee, portando via altari, coprendo statue, innalzando stendardi con sure coraniche e organizzando servizi religiosi islamici), il Nunzio Apostolico (Mons. Karl-Josef Rauber) ha dichiarato che il Vaticano sostiene il movimento che dal 1990 organizza l’«asilo delle chiese», con il quale gruppi caritatevoli cattolici (fra cui la Comunità di Sant’Egidio, vicina all’estrema sinistra) e la Chiesa stessa premono per la regolarizzazione degli immigrati.



   
Paul Belien, nell’articolo sul massacro di Anversa, si chiede come mai, invece di attaccare il Vlaams Belang, la stampa non abbia fatto più attenzione alla situazione di nichilismo culturale in cui è immerso il Belgio. Hans Van Themsche, allevato in una famiglia nella quale a lui e ai fratelli era proibito persino l’uso di armi giocattolo, ha lasciato un biglietto d’addio parlando dell’«inesistenza del Paradiso». I giovani belgi crescono in una cultura dove la vita umana non viene rispettata: le leggi sull’aborto sono estremamente permissive, mentre si sta per votare una legge sull’eutanasia infantile e senile simile a quella olandese (il famigerato “Protocollo di Groningen”).
    In mezzo a questo disastro (scientemente voluto dalle élites), la Chiesa belga è del tutto remissiva di fronte alle scelte della politica: mai si sono levate voci dalla gerarchia per condannare le leggi sull’aborto, sull’eutanasia, sui matrimoni omosessuali e sulle adozioni dei bambini da parte dei gay.
    Una delle poche aree di dissenso (il “dissenso laico” di Ferrara) è proprio il Vlaams Belang: tempo fa il Cardinale Daneels ha rifiutato a un’organizzazione cattolica il permesso di celebrare una messa contro la legge sull’eutanasia nella cattedrale di Bruxelles, temendo che vi partecipassero membri del partito.
    Insomma, per i progressisti atei e cattolici, un altro valido motivo per tentare di chiudere (per la seconda volta) il più importante partito delle Fiandre.





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