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23 novembre 2006
Grande coalizione: gli olandesi dicono no
di Gianluca Iodice
Alle 23.12, a scrutini terminati, con 41 seggi (su 150) alla Tweede Kamer il CDA di Jan Peter Balkenende si riconferma primo partito, pur perdendo 3 seggi. «Grote verliezer» (“grande perdente”), secondo il Volkskrant, è il partito socialdemocratico (PvdA), che scende da 42 a 32 seggi, tallonato dai socialisti (estrema sinistra “rifondarola”) che ottengono 26 seggi. Grande delusione anche per il liberale VVD, che passa da 28 a 23 seggi, declassato da terzo a quarto partito del Regno. Spettacolare l’exploit del Partij van de Vrijheid (PvdV) di Geert Wilders, formazione conservatrice-liberale, che debutta in parlamento con 9 seggi. Buona anche l’affermazione dei partiti calvinisti, con l’SPG che mantiene i suoi due seggi e la ChristenUnie che passa da 3 a 6 seggi. La lista Fortuyn esce dal parlamento, ma il fortuyniano Pastors riesce a guadagnare un posto. Ce la fa pure il partito animalista, con 2 seggi, mentre i verdi ne perdono uno. I social-liberali del D66 dimezzano il loro peso, e arrivano a 3 seggi. (Tutti i dati in questa scheda). Appare chiara almeno una cosa: la grande coalizione in salsa olandese, di cui tanto si è discusso nelle ultime settimane vista l’impossibilità di una maggioranza di centrodestra o di centrosinistra, non è realizzabile. La (prevista) debacle dei socialdemocratici (penalizzati in favore dell’estrema sinistra da un elettorato maldisposto a un’alleanza centrista) e l’invece imprevisto calo democristiano non consentono una maggioranza fatta da PvdA e CDA, che insieme non ottengono seggi sufficienti per governare. Auspicabile, benché improbabile, un accordo fra CDA, VVD, PvdV e CU (o D66), anche se la grande coalizione potrebbe nascere con la stampella della CU. Così la pensa il Volkskrant, che vede quest’ultima come l’unica soluzione possibile. E questo è quel che si augura André Rouvoet, leader della CU. A impedire l’alleanza, potrebbe essere la diversità di vedute sui temi “eticamente sensibili” fra PvdA e CU. Una maggioranza CDA-PvdA-D66 è resa difficile dai dissidi in campo economico fra social-liberali e socialdemocratici. In ogni caso, Balkenende conferma d’essere la personalità chiave della politica olandese. Così, quantomeno, la pensa Jos de Beus, politologo vicino al PvdA: «Dopo Wim Kok (il leader socialdemocratico degli anni ’90, Balkenende è il fattore stabile della politica olandese».
| inviato da il 23/11/2006 alle 0:55 | |
21 novembre 2006
Il voto olandese alla prova dell’islamizzazione
di Gianluca Iodice

Andranno al voto domani gli olandesi, chiamati ad elezioni anticipate dopo la crisi di governo del 29 giugno scorso. L’esecutivo di centrodestra guidato da Jan Peter Balkenende era infatti caduto per quella che è apparsa come la prima crisi di governo “multikulti” d’Europa, che ha visto uno dei partiti della coalizione, il social-liberale Democraten 66 (“Democratici 66”), ritirare la fiducia in relazione all’“affaire Hirsi Ali”. Balkenende ha formato un esecutivo di minoranza sostenuto dal suo partito, il CDA (Christen Democratisch Appèl, “Appello cristiano-democratico”) e i liberali del VVD (Volkspartij voor Vrijheid en Democratie, “Partito popolare per la libertà e la democrazia”), in attesa di una nuova consultazione elettorale. [continua sul sito della Fondazione Magna Carta]
| inviato da il 21/11/2006 alle 0:19 | |
19 novembre 2006
Stem Wilders, stem de Vrijheid!

| inviato da il 19/11/2006 alle 2:21 | |
31 ottobre 2006
La maggioranza autarchica
di Gianluca Iodice

Mi son dovuto ricredere. Il sospetto del mio errore l’avevo avuto già mesi fa, poco dopo le elezioni, seguendo una puntata del mio reality preferito, Porta a Porta. In quel momento è apparsa tutta l’inutilità della Destra, i cui due rappresentanti se ne stavano zitti, assistendo un po’ indispettiti a una lite furiosa fra Capezzone e Cento, sostenitori del medesimo Governo (o almeno così sembra), ma latori appassionati di due proposte antitetiche di politica economico-sociale, altermondista l’una e liberista l’altra. Ma ieri, ieri è stato bellissimo. Un’epifania che neanche alla Befana. Mi son reso conto che, alla fin fine, avevano ragione, quando dicevano che quelli di Destra sono moralmente inferiori. L’idea (erede di quella del Centrosinistra della Prima Repubblica) un po’ presuntuosa e molto perbenista per cui l’arco costituzionale si fermerebbe in zona Di Pietro, e il resto sarebbe waste land, un territorio inesplorato, periglioso e affollato di infidi trafficanti e feudatari arraffoni (una cosa tipo l’antro di Totooine, con Ferrara che fa Jabba the Hutt, e la Gardini con la catena al collo), sottomessi alle voglie d’un rivenditore di auto, insomma, l’idea per cui l’Italia perbene aprirebbe le sue porte in quel di Castagnetti, ieri sera ha cominciato a farsi largo festante nella mia mente di reazionario oscurato. Con la manovra di TPS (lo chiamo così perchè è un personaggio un po’ impersonale, tipo HAL, uno che di suo non fa niente, ma agisce interpretando senza intermediari il bene tecnocratico del Paese) da emendare in Parlamento, con Prodi che poverino non sa più a che santo votarsi (e allora grazie a Dio c’è Napolitano), con l’Italia pretesca in fermento che fischia il catto-adulto prima d’inneggiare al Pastore Tedesco (santino degli infanti baciapile), con Capezzone che s’inventa il tavolo del buon senso con Alemanno e Bondi, be’, L’Unione ha saputo leggere i veri umori della gente, e non contenta d’essere la maggioranza s’è appropriata del ruolo dell’opposizione – con Lamberto Dini (che intanto fa gli esercizi spirituali per prepararsi al ruolo di capo del governo di larghe intese che qualcuno sembra avergli promesso) che al TG5 ne spara contro il suo governo che neanche Berlusconi - e si fa pure le proteste di piazza, con il segretario del principale partito di governo, Fassino, a braccetto con il neo-leader di Rifondazione Giordano a manifestare con i pensionati contro la Finanziaria. E noi che ci si lamentava di Follini e Tabacci. Mi son davvero dovuto ricredere. Con L’Unione voti uno e porti a casa tutto, dalla serietà al governo alla licenza di popolo. Fanno tutto loro, davvero, e son capaci di criticarsi da soli. Solo dei moralmente superiori, degli onesti portatori del Vero potrebbero agire così. Sarebbe il caso di mandare a casa una buona metà del Parlamento, resa ormai obsoleta. Perchè l’Italia sta tutta a Sinistra. Insomma, che ce ne facciamo di Berlusconi (che infatti, soffiatogli il ruolo di capo dell’opposizione, s’è fatto cogliere da spaesamento e ha mandato il suo CV a Palazzo Chigi per essere assunto in qualche ministero, tipo al posto di Mastella), a cosa serve la CdL con una maggioranza così, una maggioranza autarchica, perfetta e splendida nella sua bellezza? Suvvia, per rendersene conto, in fondo basta guardare la faccia di Prodi.
| inviato da il 31/10/2006 alle 20:44 | |
30 ottobre 2006
Una svolta liberale per la Svezia. Anche per l’immigrazione?
di Gianluca Iodice

Fanno discutere le proposte del neo-Ministro svedese per l’integrazione e le pari opportunità, la trentasettenne Nyamko Sabuni, musulmana nata in Burundi e membro del liberale Folkpartiet. Sabuni ritiene infatti che le ragazze sotto i quindici anni dovrebbero essere esaminate alla ricerca di prove di infibulazione, che i matrimoni combinati dovrebbero essere illegali, che le scuole religiose non dovrebbero ricevere fondi dallo stato e che gli immigrati dovrebbero imparare lo svedese e trovare un lavoro. Le sue idee hanno scatenato le ire della comunità islamica svedese, che ha avviato una raccolta di firme per chiedere le sue dimissioni, ma le hanno attirato pure gli strali di molti critici che l’hanno tacciata di islamofobia. A questi, Sabuni ha risposto in un’intervista dicendo che il suo obiettivo è l’integrazione degli immigrati, assicurando ai loro figli di crescere come qualsiasi altro svedese. A parer suo, molti politici si sono defilati dall’argomento, evitando di parlare del bisogno di “assimilazione” piuttosto che di multiculturalismo. «Io sono una delle poche persone che osi dir qualcosa».

Indubbiamente, va riconosciuto a Nyamko Sabuni coraggio nel parlare di un argomento fino a qualche mese fa tabù, tanto che a Stoccolma il governo socialdemocratico biasimava i cugini danesi per la dura politica sull’immigrazione. Ma al momento le proposte sono poco convincenti, e troppo vicine al (fallimentare) modello francese. Senza contare che, diversamente da altri paesi, come la vicina Norvegia, non sembra essere iniziato in Svezia un serio dibattito sull’“integrabilità” degli immigrati islamici, che viene invece data per scontata. Nel frattempo, le periferie delle città del paese, specialmente al sud, sono in mano a orde di ragazzi figli di immigrati, responsabili dell’85% degli stupri perpetrati in Svezia.
| inviato da il 30/10/2006 alle 15:44 | |
29 ottobre 2006
Cittadini di seconda classe
Il nuovo totalitarismo del soviet di Bruxelles
di Gianluca Iodice

John Reid, il ministro degli interni britannico, ha reso note martedì scorso le nuove restrizioni in campo migratorio per i cittadini dell’Unione europea, giusto in tempo per l’adesione, all’inizio del 2007, di Bulgaria e Romania. Dichiarando di aver imparato dai problemi causati dalla politica della porta aperta dopo l’ingresso nell’Ue di dieci nuovi paesi nel 2004 – problemi riconducibili al sovraffollamento delle scuole e alla penuria di abitazioni – Reid ha annunciato che saranno ammessi solo lavoratori nel campo dell’agricoltura e della lavorazione degli alimenti. Il provvedimento è arrivato dopo la rivelazione che, rispetto alla previsione di 13000 ingressi, dal 2004 sono entrati nel Paese 447000 cittadini dell’Est europeo, numero che potrebbe arrivare ai 600000. Ne scrive sul Brussels Journal James McConalogue, che denuncia la condizione di cittadini di seconda classe cui saranno ridotti rumeni e bulgari in Gran Bretagna, e arriva riconoscerla quale forma di schiavitù. La disparità di trattamenti va cercata però non tanto nelle norme protezionistiche britanniche, quanto nell’ambigua definizione di “cittadinanza europea”, che ha creato una situazione di cittadinanza duale, compatibile con forme discriminatorie di matrice totalitaria, resa possibile dai poteri arbitrari dell’Unione, in grado di distribuire diritti e leggi in maniera non universale e di creare gerarchie di cittadini (o, sarebbe meglio dire, sudditi). E’ interessante notare pure come il governo di Sua Maestà sia più spaventato dall’immigrazione europea di quanto non lo sia da quella islamica – che si rischi di mettere in forse il progetto multikulti del Principe Carlo, che ha dichiarato di volersi far incoronare due volte, una sotto le crociere di Westminster Abbey pe rmano dell’Arcivescovo di Canterbury e una dai leader delle comunità religiose immigrate?
| inviato da il 29/10/2006 alle 20:40 | |
23 ottobre 2006
Verso la riforma della Camera dei Lord britannica
di Gianluca Iodice

Dopo decenni di discussioni, sarà riformata (forse) entro l’inizio del prossimo anno la Camera dei Lord britannica. Il presidente della Camera dei Comuni, il laburista Jack Straw, ha presentato una bozza di riforma, che ridurrebbe di un terzo i membri dell’assemblea e ne renderebbe metà eleggibili, con una durata delle carica di dodici anni e non più, come avviene ora, perenne. I Pari saranno inoltre trattati come i Comuni, e verranno stipendiati con un salario fisso. Moderatamente critici i Tories e i Libdem, che vorrebbero una maggior percentuale di eletti e che si preoccupano per l’aumento dei costi del ramo “nobile” del parlamento di Westminster, costi che potrebbero triplicare, passando da 13 a 40 milioni di sterline annue. Cambierà anche la composizione dell’assemblea: e se i rappresentanti della Chiesa d’Inghilterra passeranno da 26 a 16 (all’incirca in linea con la diminuzione generale dei seggi), aumenteranno i giovani, le donne e le minoranze etniche e religiose, nonché un numero congruo di atei. Verrà infatti nominata una commissione di nove membri incaricata di «assicurare che la nuova Camera dei Lord rifletta l’equilibrio religioso, razziale e sessuale del Regno Unito». Insomma, il Paese in cui i sindacati hanno perso moltissimo potere si avvia a dedicare un intero ramo del Parlamento non più alla Tradizione, ma alla Concertazione.
| inviato da il 23/10/2006 alle 14:15 | |
22 ottobre 2006
Cartellino giallo per i socialisti slovacchi
di Gianluca Iodice

Lo Smer (“Direzione”), il partito socialdemocratico al potere in Slovacchia dopo la sconfitta dei liberalconservatori (Sdku-Ds, Slovenská demokratická a krestanská únia - Demokratická strana, “Unione cristiano-democratica slovacca – Partito democratico”) di Mikuláš Dzurinda, è stato sospeso temporaneamente dal Partito Socialista Europeo per l’aberrante alleanza contratta con l’Sns (Slovenská Národná Strana), il partito nazionalista antiungherese di Jan Slota. «Se non fossimo chiari con i partiti di estrema destra e sulle loro relazioni con noi, non staremmo davvero difendendo i nostri valori e la nostra responsabilità per l’intera Europa», ha dichiarato ieri il presidente del PSE, il danese Poul Nyrup Rasmussen. Dura e improntata a un populismo alla Chavez la reazione di Robert Fico, primo ministro slovacco: la punizione sarebbe arrivata, a suo dire, per aver condotto una politica in favore della gente, per aver combattuto contro i monopoli (spesso proprietà di stranieri), e per non aver accolto nella sua coalizione gli ungheresi, la cospicua minoranza (oltre il 10% della popolazione) rappresentata dal Mkp (Magyar Koalíció Pártja). Si discuterà della riammissione dello Smer solo in giugno, soprattutto in considerazione dell’evoluzione ideologica intrapresa dagli ultranazionalisti di Slota.
Qui un dossier di Sergio Romano sulla Slovacchia al momento dell’adesione all’Unione europea.
| inviato da il 22/10/2006 alle 22:17 | |
20 ottobre 2006
Ferrara sul Ratzinger veronese
di Gianluca Iodice

Staffilate ai cattolici a mezzo servizio (con la «chiusura a doppia mandata verso coloro che “si dicono cristiani e non lo sono”») e aperture agli atei devoti (visto nell’«appello ai cattolici italiani a “cogliere questa grande opportunità” rappresentata “da molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede”, che sentono la crisi del razionalismo occidentale»), nel discorso del Papa, secondo Giuliano Ferrara, oggi sul Foglio. La domanda però non è tanto “quanti lo seguiranno”, ma “quanti lo capiranno (o lo vorranno capire)”. Sopratutto fra gli adepti del cosiddetto “cattocomunismo” o “cattosocialismo” (che io ormai chiamerei “cattoprogressismo”), che non vedono nelle parole del Pontefice (chiare e dirette come al solito: «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la persona di Gesù Cristo») un richiamo inequivocabile alla loro pratica mondanizzante. «L’impatto reale sulla chiesa italiana della giornata di Benedetto XVI sarà ovviamente da valutare, mentre tornano anche i commenti già sentiti sul suo predecessore, sul “Papa molto applaudito ma poco ascoltato”. Per il leader di Cl, Giancarlo Cesana, Ratzinger ha comunque “dettato il programma della chiesa. Dal punto di vista concettuale, richiamandosi a Ratisbona e ancor più mirabilmente indicando la ‘fede amica dell’intelligenza’ che ha contrassegnato il cristianesimo ai suoi inizi. E poi dal punto di vista operativo, non solo indicando con chiarezza i valori ‘non negoziabili’, ma anche l’opportunità di collaborare con tutti coloro che questi temi riconoscono come decisivi. Non è scontato, ha saltato l’ecclesialese. La domanda è: quanti lo seguiranno?”. Lo storico Alberto Melloni, esponente di spicco della “scuola bolognese” conciliar-giovannea, sottolinea piuttosto che quello di Ratzinger, “confrontato col discorso di Giovanni Paolo II a Loreto, è stato un discorso più da Papa che da Primate d’Italia, molto meno puntuale sul come e sul dove intervenire nella società. Ha insistito sui grandi temi del suo pontificato, forse più europei che italiani, con l’aggiunta di una novità, la battaglia sul darwinismo e l’apertura al disegno intelligente”. Meno politico del cardinal Ruini, distante dal livello politico ecclesiale italiano. E con il problema della futura guida ai vertici della Cei rimandato senza altri segnali (tranne il fatto che il predestinato, dopo la giornata di ieri, non sembra essere il cardinal Tettamanzi). Questi i rilievi critici di quanti hanno preferito ieri non notare il grande rilievo che invece Benedetto XVI ha dato al “ruolo speciale” che la chiesa italiana, un modello e una “presenza capillare”, può esercitare in tutta l’Europa. E chissà l’effetto che ha fatto quella staffilata finale, dopo tanti elogi, sul pericolo di una “secolarizzazione interna della chiesa”».
| inviato da il 20/10/2006 alle 16:11 | |
20 ottobre 2006
Polemiche sull’adesione di Romania e Bulgaria alla Ue
Continuano le dispute fra Cipro e Ankara
di Gianluca Iodice

Ufficializzata martedì scorso dalla riunione dei ministri degli esteri dell’Unione Europea l’attesa adesione di Romania e Bulgaria. Il Consiglio ha infatti accolto in pieno la raccomandazione della Commissione che invitava ad accogliere i due paesi balcanici nel gennaio dell’anno venturo invece che servirsi di una clausola che avrebbe consentito un anno di ritardo. I ministri hanno inoltre accolto un’altra raccomandazione, quella di una severa vigilanza sui due paesi affinchè sia garantita una dura lotta a crimine e corruzione. L’Unione si riserva di applicare sanzioni ai due paesi se non verranno garantiti gli standard comunitari in questi due settori. La possibilità di imporre tali misure di salvaguardia è vista da alcuni osservatori, quale l’europarlamentare olandese Joost Lagendijk, del partito dei Verdi, come dimostrazione della precocità dell’adesione dei due paesi, cui era stato promesso l’ingresso nell’Unione sin dal 2007 già nel 2005, quando ancora non soddisfacevano i criteri comunitari su criminalità organizzata e corruzione. Michael Leigh, direttore generale per l’allargamento, ha dichiarato che la lezione che viene dall’adesione di Sofia e Bucarest è quella di esaminare i temi chiavi sin dall’inizio dei negoziati. Intanto, dopo la legge francese sul genocidio armeno (fortemente criticata sia dalla presidenza finlandese dell’Unione europea, quanto dalla Commissione di Barroso), si fa ancora più difficile il negoziato per l’accesso turco alle istituzioni comunitarie. Il ministro degli esteri cipriota Yiorgos Lillikas ha infatti dichiarato che il suo paese non può accettare che l’aeroporto turco-cipriota di Erkan venga incluso nell’accordo di libero scambio che dovrebbe precedere l’adesione piena della Turchia, e che prevede l’apertura di porti e aeroporti anatolici allo stato cipriota: l’accordo sarebbe accolto dalla Turchia solo se venisse posto fine all’isolamento della parte settentrionale dell’isola mediterranea, il che comprenderebbe l’apertura dello scalo di Erkan. Cipro, anche se gli altri 24 membri dell’Unione votassero a favore, dichiara di essere pronta a far uso del suo potere di voto per impedire l’ingresso turco. In ogni caso, data la lentezza delle riforme turche, Barroso ha dichiarato che saranno necessari almeno 15-20 anni per l’adesione di Ankara.
| inviato da il 20/10/2006 alle 15:15 | |
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